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Ecco, vi annuncio una grande gioia…Oggi è nato per voi un Salvatore: è Cristo Signore

Presepe in Piazza San Pietro.(Roma)

Presepe in Piazza San Pietro.(Roma)

I fedeli che partecipano alla celebrazione notturna fanno l’esperienza di una famiglia che si è riunita insieme  per vivere un lieto evento, il più lieto evento che mai sia accaduto nella storia.
Questo evento straordinario la Parola di Dio lo presenta secondo diverse sfaccettature: È un evento di luce (Is.9,1-6: I lettura). Luce che esplode nella notte e, squarciando le tenebre, la illumina a giorno: “Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce”. Il buio in cui avanza a tentoni, brancolando, chi ha smarrito la direzione giusta. Il buio di chi non capisce il senso della sua vita ed è portato a dubitare di Dio e a pensare che Dio sia indifferente ai suoi problemi. Il buio di chi si sente prigioniero delle proprie paure e preoccupazioni, del proprio egoismo, del proprio peccato. Il buio di chi non riesce più a sperare e vede soltanto il vuoto, il nulla davanti a sé. Il buio di chi non riesce a credere. Chi di noi non ha mai sperimentato, almeno qualche volta, un buio così o non lo sta sperimentando in qualche modo? Ma la “grande luce”dirada le tenebre e le mette in fuga.

Un evento di gioia che elimina ogni tristezza:”Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia”.
Luce e “gioia” che sono legate ad un “bambino”, che sono un “bambino”: “Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio”.
La luce e la gioia, annunciate da Isaia come opera del Signore, San Paolo le riprende con un altro linguaggio, presentando questo evento come una manifestazione definitiva di Dio stesso: “È apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini” (Tt.2,1-14: II lettura). La “grazia”, cioè la tenerezza infinita di Dio e la sua misericordia per tutti gli uomini sono arrivati a tanto: l’Amore di Dio brilla sul volto di un bambino.

I temi della luce- gioia-bambino  ritornano, intrecciandosi in mirabile armonia, nel racconto evangelico, sempre fresco e incantevole, della nascita di Gesù, che Luca ci offre:”La gloria del Signore li avvolse di luce…Ecco, vi annuncio una grande gioia…Oggi è nato per voi un Salvatore”.

L’uomo di oggi, che è poi l’uomo di sempre, l’uomo che è ciascuno di noi, ha bisogno di ricevere una notizia come questa. Una notizia che fa respirare a pieni polmoni e dilata il cuore: la salvezza ti viene donata, gratuitamente, per puro amore. C’è un Salvatore. Dio lo ha mandato anche per te. Questa salvezza non consiste nella soluzione di problemi che angustiano la nostra esistenza, alcuni più leggeri altri molto seri (quanti ogni giorno!), ma in definitiva non essenziali. Questa salvezza consiste nella soluzione del problema che è ciascuno di noi, ogni uomo, con gli interrogativi inquietanti che si porta dentro sul senso della sua vita, sul proprio destino, sulla propria identità (da dove vengo, chi sono veramente, avrò un futuro e come sarà? Vivrò sempre? Sarò felice?).

  « Io vi annuncio una grande gioia: oggi è nato per voi il Salvatore ». Basta che tu lo riconosca e lo accolga: allora questa « grande gioia » diventa la tua esperienza quotidiana. Accoglierlo, però, significa mettere da parte la tua logica, il tuo buon senso, per accettare la logica di Dio. La tua logica ti porterebbe ad aspettere la salvezza da un potente, da un grande culturalmente, economicamente, politicamente, socialmente. La salvezza invece ti viene da un piccolo, da un bambino debole e disarmato. La salvezza è un bambino. Che scandalo! Ma questo è lo stile di Dio. « Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia…« . Luca vuole mostrare che tale nascita è un fatto accaduto in un tempo determinato (padrone del mondo era Augusto, era in corso un censimento) e in un luogo determinato (in una contrada sconosciuta della Giudea). Non è una favola il fatto che Dio ci abbia donato il Salvatore e che ci abbia amati fino a tal punto. Ma è un avvenimento della storia, col quale ogni uomo – a cominciare dallo stesso imperatore – ha a che fare.

Questa nascita ha avuto luogo probabilmente non nei dintorni di Betlemme, ma dentro il paese, in un’umile casetta di parenti che avevano ospitato Maria e Giuseppe. Una casetta che – come tante allora  – faceva corpo con una grotta naturale, una specie di ripostiglio dove spesso si tenevano gli animali domestici. « Per loro non c’era posto  » nell’unico « alloggio” che dava sulla stalla. Qui Maria ha partorito il suo bambino e lo ha adagiato nella mangiatoia. Ma, ecco, Dio rivela attraverso l’angelo il significato di tale nascita povera e umile. Lo rivela non ai potenti, ma ai pastori, che nella società di allora appartenevano alle classi più emarginate e disprezzate. Lo rivela ai poveri.

Chi è realmente questo neonato?

-E’ fonte di « gioia grande per tutto il popolo » e per ogni uomo, perché è il « Salvatore« , il   « Cristo » (cioè il liberatore promesso) e il « Signore« . Sono i titoli che gli Apostoli attribuivano a Gesù quando lo annunziavano all’inizio della Chiesa.

-« Gloria a Dio nel più alto dei cieli« . In questo bambino si manifesta supremamente la « gloria » di Dio, cioè la sua pienezza traboccante di vita e di misericordia, e mai nulla e nessuno ha tanto glorificato Dio come questa nascita. Da essa scaturisce la -«  pace sulla terra agli uomini che Egli ama« . Pace – cioè la perfetta comunione con Dio e tra fratelli – per gli uomini avvolti dall’amore infinito del Signore. Di tale amore il Bambino di Betlemme è la prova e il segno più concreto e tangibile. Una « pace » radicalmente diversa dalla « pace romana » che l’imperatore si vantava di mantenere con la minaccia e la forza delle armi.

 Ecco quanto Dio ci rivela sull’identità di questo Bambino e sulla portata della sua nascita. Un lieto evento non relegato in un passato lontano e di cui si fa un ricordo sfocato. Ma, quando la Chiesa lo celebra, tale evento è reso misteriosamente attuale e noi vi siamo coinvolti.”Oggi è nato per voi il Salvatore”. In questa santissima notte tale avvenimento ci raggiunge con la carica infinita di luce, di gioia, di pace, di salvezza che contiene. Allora la fede ci consente di rivivere e condividere in qualche modo l’esperienza stessa dei pastori e soprattutto di Giuseppe e di Maria. Possiamo cioè restare incantati davanti al mistero di questo Bambino: un neonato è appena un batuffolo di carne che si muove o strilla o dorme. Eppure questo Bambino è tutto, è Dio. Dio che le ha tentate tutte per « catturare » le sue creature e ora si presenta sotto la forma di un bambino. Un essere che di per sé è la creatura più fragile e ha bisogno di tutto e di tutti, è in balia di tutti. Un bimbo, però, che attrae: è difficile resistere al fascino che emana dal volto di un bimbo. Se ogni bimbo è un dono di Dio, questo lo è in modo unico e superlativo. Ognuno può contemplare con lo sguardo della fede il Padre mentre, in uno slancio incontenibile di tenerezza e di gioia, gli regala personalmente Gesù. Lo regala attraverso Maria. È un grande dono poter condividere lo stupore riconoscente e gioioso di questa giovane mamma. Stupore per un amore così inatteso e imprevedibile da parte di Dio: Dio ama a tal punto da divenire uomo lui stesso. “È grande lo stupore per il miracolo di un Amore fatto bambino” (S. Efrem Siro). Stupore per un amore che porta Dio a nascondersi dietro il volto di un bambino e a rivelarsi nel volto di un bambino. È il mistero dell’”umiltà”di Dio. Per tre volte nell’intero racconto della nascita ricorre l’espressione “un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”. Dio ormai si rivela attraverso il segno della povertà, dell’umiltà. Contesta, così, la nostra boria, la nostra autosufficienza, il nostro consumismo sfrenato, il nostro lusso e ci richiama ciò che è essenziale. Ci richiama la condivisione con chi è povero.

Questa logica divina di umiltà porterà Dio a nascondersi e a rivelarsi nel Crocifisso. Ma questo culmine d’amore si ritrova nell’Eucaristia, dove l’umiltà di Dio si esprime in forma suprema. Qui non si vede neanche l’umanità: un pezzo di pane racchiude tutto il mistero. “Ave, o vero corpo nato da Maria Vergine, che ha veramente patito…”(antico inno eucaristico). Se Dio nell’incarnazione del suo Figlio condivide in modo integrale l’esperienza umana, nell’Eucaristia l’assimilazione di Dio a noi e di noi a Lui raggiunge il vertice: si lascia mangiare per farci Lui.

«Tu es venu Seigneur dans notre nuit, tourner vers l’aube nos chemins…»

Entre la Bible et l’histoire.

Chiesa di San Luigi dei Francesi

Chiesa di San Luigi dei Francesi

L’Evangile de Saint Matthieu que nous lisons ce dimanche comprend la prophétie d’Isaïe à travers Jésus. C’est cela même la mission du chrétien dans le monde: la dure reconstuction du rapport entre l’Ecriture Sainte et l’histoire, sachant lire et comprendre l’une avec l’autre, l’une  travers l’autre, l’une dans l’autre et dans les deux sens. Ainsi se révèle le mystère du Dieu fidèle à sa promesse, toujours plus créative, allant au-delà de nos visions restreintes, un Dieu fidèle qui nous rencontre dans nos situations historiques souvent sombres. Si Dieu est Emmanuel, le Dieu-avec-nous, ceci attend de la part de l’homme le même comportement: l’homme-avec-Dieu. Est-ce toujours ainsi? Peut-être pour vous! Pour moi, vous comprenez. Priez pour moi. Prions les uns pour les autres.

«Tu es venu Seigneur dans notre nuit, tourner vers l’aube nos chemins…»

Ces premiers mots d’un hymne que nous chantons lors des Laudes du Jeudi (Temps ordinaire) nous aident à comprendre notre situation humaine où nous ne réussissons pas à comprendre ce qui nous arrive, et souvent nous prenons des décisions privées de la lumière du Seigneur. Heureusement qu’il nous rejoint dans notre nuit et nous porte vers sa lumière.

Un peu d’histoire pour comprendre le scénario. Achaz n’est pas un roi qui a laissé un bon souvenir dans les annales. Pour sa défense, on peut rappeler son âge : il avait à peine 20 ans quand il est monté sur le trône de Jérusalem. On peut aussi souligner la situation politique complexe qu’il avait à gérer. À cette époque, l’empire assyrien voisin ne cessait de s’étendre et représentait une menace certaine pour Jérusalem. Les royaumes d’alentour se rendaient les uns après les autres ; ceux qui résistaient ou se révoltaient étaient vigoureusement recadrés. Dans ce contexte, deux royaumes du Nord, la Syrie et Israël décidèrent de monter une coalition contre les assyriens. Mais Jérusalem refusa d’entrer dans la coalition. Les rois de Damas et d’Éphraïm se retournèrent alors contre Juda et firent le siège de Jérusalem pour tenter de déposer Achaz et mettre à sa place un roi qui leur serait favorable. Achaz est donc pris entre deux menaces : celle, à ses portes, des royaumes du Nord et celle, plus lointaine, des Assyriens. Achaz paria sur la plus lointaine mais la plus terrible. Malgré les exhortations d’Isaïe, il demanda la protection assyrienne. Il est dans la nuit du choix.

«Tu es venu Seigneur dans notre nuit, tourner vers l’aube nos chemins…»

Ceci nous permet de bien comprendre les propos échangés entre le roi et le prophète. La réponse que fait Achaz à Isaïe revêt les traits de l’humilité, il prétend ne pas vouloir mettre Dieu à l’épreuve, mais elle est de mauvaise foi : le roi a déjà choisi de se soumettre au monarque assyrien plutôt que compter sur la fidélité du Seigneur ; le roi Achaz fait mine de respecter Dieu, alors que pour s’attirer la faveur des dieux païens il a immolé son fils sur leurs autels. Il n’a plus d’héritier, il ne compte plus sur rien. En réalité, Achaz a complètement abandonné le Dieu en qui ses pères plaçaient leur confiance et il a mis en péril la dynastie davidique.

Le Seigneur, pourtant, lui envoie son prophète. Le Seigneur, qui a promis à ses pères que la royauté n’échapperait pas à la maison de David, lui promet la naissance d’un nouveau fils. Le Seigneur, bien qu’il ait été rejeté par elle, reste fidèle à la maison de Juda. Rien ne l’empêchera d’accomplir ses desseins ; comme le rappelle l’évangile, il est «Dieu avec nous».  Oui, notre faiblesse ne peut jamais défier les projets du Seigneur, il nous faut seulement accepter son intervention, même quand tous les espoirs se sont écroulés. C’est pourquoi Achaz dit qu’il ne veut pas tenter le Seigneur: il n’espère plus en rien, il n’y a plus d’héritier, tout va vers la ruine totale. Après lui, rien! personne!

«Tu es venu Seigneur dans notre nuit, tourner vers l’aube nos chemins…»

Le Messie qui vient sera un jour nouveau pour le peuple qui s’enfonce délibérément dans la nuit de son péché. 

La prophétie dit encore le ridicule d’Achaz. Isaïe annonce en effet : «avant même que cet enfant sache rejeter le mal et choisir le bien, elle sera abandonnée, la terre dont les deux rois te font trembler». Le roi de Juda a abandonné son Dieu et commis des abominations alors que la situation était éphémère ! Avant que l’enfant annoncé n’ait grandi, les royaumes adverses n’existeront plus. Cette précision nous montre combien nos égarements, quels qu’ils soient, sont toujours revêtus du même ridicule. Que de défis mettons-nous devant les projets de Dieu !

« … sauront-ils reconnaitre ta lumière…? »

Quel contraste entre les deux descendants de David ! Le premier tue l’héritier de la promesse pour sauvegarder ses intérêts particuliers, le second renonce à se marier pour ne pas risquer de gêner le projet de Dieu qu’il voit s’esquisser dans la grossesse de la femme qu’il aime. Le premier prend la parole avec cynisme pour se moquer du Seigneur qu’il a trahi, disant qu’il ne peut pas tenter son Dieu alors qu’en réalité, il ne croit plus à rien,  le second ne considère même pas utile de prendre la parole et il s’engage avec confiance sur la parole de son Dieu. Mais Joseph seul est appelé « fils de David » car, de ces deux, il est le seul dont le cœur ait l’humilité qui plaît à Dieu. C’est dans sa maison que se réalisera la promesse. À lui qui a renoncé à tout, Dieu donne le fils que le monde attend, le Sauveur qui libèrera les hommes de leur péché.

Le songe qu’il a eu est en lui-même la marque de son renoncement et de l’obéissance de sa foi.

Saint Joseph est en effet visité par Dieu au cœur de son sommeil, c’est-à-dire au cœur de sa nuit, dans la profondeur de son impuissance. Joseph a fait sa part, il a courageusement discerné l’action de Dieu et il a choisi d’agir avec justice ; dès lors, il s’abandonne au bon vouloir de Dieu, quel que soit ce que cela lui coûte. 

Le message de l’ange rejoint alors Joseph au cœur de ce renoncement et ne l’efface pas. Le mariage voulu par Dieu n’est pas l’aventure personnelle d’un couple particulier, il est la pierre angulaire de l’Incarnation. L’œuvre de Dieu prend corps dans l’abandon de Marie et de Joseph. Prendre Marie chez lui permet à Joseph d’accueillir le don que Dieu fait par épouse et, comme toute femme, Marie avait besoin du soutien d’un époux pour s’engager dans une maternité. Un clin d’œil à notre temps où certaines femmes veulent une maternité privée des liens du mariage : les femmes célibataires,… pour ne pas parler des « couples » faits de seules femmes ou des « hommes seuls » et qui veulent adopter. Ne nous y attardons pas !

«Tu es venu Seigneur dans notre nuit, tourner vers l’aube nos chemins…»

Dans la deuxième lecture, Saint Paul nous rappelle que le Dieu de toute fidélité, le Dieu qui réalise son dessein de nous sauver au cœur de la nuit de notre péché et de notre endurcissement, ce Dieu accomplit sa promesse en Jésus-Christ. « Cette Bonne Nouvelle concerne son Fils », nous révèle-t-il. L’enfant promis par Isaïe, le Messie annoncé par l’Écriture, c’est l’enfant Jésus ; le fils de Marie et de Joseph est le Christ. Il est fils d’Abraham et fils de David, il est le fils de Dieu couronné dans la gloire au matin de sa résurrection. Cette Bonne Nouvelle doit être proclamée pour éviter aux hommes d’entrer dans la même défiance qu’Achaz. Se préparer pleinement à Noël est entrer totalement dans la confiance en l’amour de Dieu, dans «l’obéissance de la foi » dont Joseph nous donne l’exemple parfait. Joseph est juste parce qu’il accepte en tout la volonté de Dieu. Or pour reconnaître en Marie l’œuvre de Dieu, pour entrer dans l’obéissance, Joseph a posé un acte d’humilité. Humilité qui exige le total détachement. Humilité qui exige d’être plongé dans une nuit où la seule lumière est la parole de Dieu. Qui exige d’entrer dans la nuit de Noël où la seule lumière est un enfant fragile, le Verbe fait chair.

 Au début, Joseph l’appellera « Jésus » Dieu-qui-sauve, (Mt 1) et à la fin de l’évangile, Jésus réalisera l’inclusion sémitique en s’appelant « Emmanuel », Dieu-avec-nous : «et moi je suis avec vous tous les jours, jusqu’à la fin des temps » (Mt28). Notre péché nous a privés de rester en présence de notre Dieu ; voici le temps de la liberté et de la proximité avec Dieu. Voici le temps de Noël, dans une semaine seulement.

Saint Joseph, toi qui as préparé la crèche où le sauveur du monde a été déposé, nous te confions l’ultime préparation de nos cœurs à la joie de Noël. Apprends-nous l’humilité qui rend Dieu puissant dans nos vies, apprends-nous l’obéissance qui permet d’accueillir dans sa plénitude le don de Dieu, obtiens-nous de recevoir le Seigneur tel qu’il se donne, fais de nos cœurs une crèche où l’enfant-roi trouvera son repos et sa joie.
 Amen.

Dans les déserts de nos vies : « Préparons le chemin du Seigneur, rendons droits ses sentiers. »

jn-baptisteLes grandes traditions religieuses s’exposent tôt ou tard à la tentation de l’autosatisfaction et de l’immobilisme. Voilà pourquoi l’histoire biblique fut sans cesse secouée par les interventions des prophètes, ces fougueux interprètes de la Parole de Dieu. C’est ainsi qu’Isaïe, rebuté par l’incurie aventureuse des dirigeants de son peuple, annonce l’avènement d’un roi selon le cœur de Dieu, qui fera régner la paix et la justice. L’évocation paradisiaque de cet avenir espéré souligne sa nouveauté proprement incroyable. Sept siècles plus tard, Jean Baptiste stigmatise le conformisme de ses auditeurs : leur qualité de fils d’Abraham ne les dispense pas de la rude conversion qu’exige la venue du Royaume. C’est à cette condition que peut naître un monde où « le loup habitera avec l’agneau », un monde où le désert peut refleurir, surtout le désert d’un cœur stérile qui n’espère plus en rien, n’a plus confiance en celui que Dieu met nos chemins.

«…préparons le chemin du Seigneur », dans les déserts de nos vies.

Le désert est un lieu sans références, où l’on se perd facilement. Pourtant, c’est dans le même désert (celui de nos inquiétudes et nos incertitudes, nos peurs du lendemain, …) que crie la voie du Baptiste : une voix qui crie dans le désert, dans nos désert. Et c’est la raison pour laquelle Jean le Baptiste reçoit des foules qui l’écoutent. Il ne crie pas dans un désert vide, j’allais dire « un désert qui est désertique », mais s’adresse à un désert qui a sa vie concrète, son histoire, ses peurs et angoisses, ses joies,…

C’est ici alors que nous réussissons à cueillir le message d’Isaïe. Il ne dit pas que c’est « une voie qui crie dans le désert », mais il invite à préparer le chemin du Seigneur « dans le désert ». Il n’est pas dit que cette voie parle dans le désert ! C’est pourquoi le Baptiste, même s’il parle dans le désert, ce dernier n’est plus désert puisqu’il est affolé de personnes qui y reconnaissent le désert aride de leurs vies. Autrement dit, ce désert est le leur, c’est leur vie qui est touchée, qu’ils confessent leurs péchés et se font baptiser. «Viens Seigneur, et nos déserts refleuriront », les déserts de nos vies ne resteront plus désertiques, mais pourront porter du fruit.

Le désert est en train de se couvrir de foules ! Il revit ! Non seulement le désert des bords du Jourdain qui devient comme un centre, provoquant un mouvement de partout : de la région urbaine (Jérusalem !) à l’ouest… de la région rurale (le Jourdain !) à l’Est… mais aussi et surtout le «désert du cœur» qui se met soudain à revivre… dans l’humilité et la pénitence. Il ne suffit pas de changer là société» (mais il le faut aussi),
il faut «se changer soi-même», irriguer le désert de notre vie. Ce désert peut se transformer en un lieu de relations des uns avec les autres, et non seulement un lieu de solitudes et d’égarement.

Faire refleurir nos déserts, c’est «être accueillant, savoir se faire tout à tous».

L’ère messianique décrite dans la première lecture se concrétise avec le rétablissement des relations entre les hommes et la création, entre les hommes entre eux, dans un monde qui est toujours en proie aux divisions et exclusions. Paul le rappelle à la communauté chrétienne de Rome, carrefour de races et de mentalités, comme toutes nos grandes villes. Il y avait dans cette Église des fervents et des tièdes, des juifs et des païens convertis. Il était difficile de réaliser l’unanimité des cœurs et des esprits, même dans la prière. Pourtant le Christ n’avait-il pas donne la preuve de son amour pour tous ? Aux juifs qui attendaient le Sauveur promis, comme aux païens, qui apprirent avec joie que le Christ venait aussi pour eux. En implantant l’Eglise au milieu des peuples, n’avait-il pas fait confiance aux hommes ? Est-ce que nous sommes de cette nouvelle mentalité qui voit dans notre prochain, quelqu’un qui a été sauvé par le Christ, pardonné comme moi-même? Suis-je ouvert aux autres, ou bien mon coeur demeure un désert où n’habite personne, où je vis seul, dans la solitude? La conversion est principalement « metanoia », (meta= au-delà, changement, et noia=mentalité). Voici alors le moment favorable pour faire refleurir nos déserts arides, et les irriguer avec des nouvelles mentalités ouvertes aux autres comme Paul le recommande aux Romains: « Accueillez-vous donc les uns les autres, comme le Christ vous a accueillis pour la gloire de Dieu. »

Nous sommes tous investis précurseurs et témoins de Celui qui vient.

Du sein de Marie, Jésus est allé visiter son cousin Jean-Baptiste et l’a investi précurseur bien avant sa naissance. Il en a été tout joyeux, comme le témoigne sa mère Elisabeth : « l’enfant tressaille d’allégresse dans mon sein ». Nous avons aussi été investis de cette mission dès notre baptême. Pour cela, l’attente du jour du Messie ne peut être inactivité, nous devons travailler pour qu’advienne ce règne de paix et de confiance entre nous et auquel nous aspirons. Comment ? Jean-Baptiste nous sert d’exemple. Notre action doit commencer par nous-mêmes avant de s’étendre aux autres. Il s’est converti lui-même, dans son style de vie avant de crier aux autres, comme un témoin crédible qui savait toucher les déserts des cœurs de ses contemporains. Sa joie la plus grande a été celle de rencontrer Celui dont il était le précurseur, quand il a dit : « Voici l’Agneau de Dieu, voici Celui qui enlève le péché du monde ». Ces mots peuvent sonner familiers dans nos oreilles habituées à les entendre avant la communion. Et pourtant, bien au contraire. Sommes-nous convaincus que nous sommes investis de cette mission, chaque fois qu’au renvoi de la Sainte Messe, après avoir rencontre l’Agneau de Dieu, le prêtre nous bénit et nous envoie en mission ?