Accueil » Parole de Dieu (en Kirundi) (Page 88)
Archives de Catégorie: Parole de Dieu (en Kirundi)
IDOMINIKA YA 2 YA PASIKA (Umwâka B)
IGISOMWA CA MBERE
Ivyo dusoma mu gitabu c’Ibikorwa vy’Abatumwa (4, 32-35)
Abakristu ba mbere bari bahuje umutima n’umushaha
Abari bamaze kwemera bose bari bahuje umutima n’umushaha kandi muri bo nta wagira ngo ivyo atunze ni rwiwe, yamara vyari ivya bose. Ni uko rero abatumwa bari bafise ubukuru bwinshi mu gushingira intahe izuka ry’Umukama Yezu, kandi bagaterwa iteka ryinshi na bose. Vyongeye, muri bo nta n’umwe yari n’ico akenye. Harimwo abatunzi bafise imirima canke inzu, bakabigurisha hanyuma bakazana ivyavuye mu vyo baba bagurishije. Ivyo biguzi babishikiriza abatumwa, na bo bakabigaburira abari aho bose, umwumwe ivyo akaneye.
IZABURI 117 (118), 2-4. 16ab-18. 22-24
Icit. : Shemeza Umukama kuko ari mwiza,
Kuko Ubuntu bwiwe bwamaho imyaka yose !
Canke : Alleluya.
Umuryango w’Israyeli n’uvuge uti :
ubuntu bwiwe bwamaho imyaka yose !
Umuryango wa Aroni n’uvuge uti :
ubuntu bwiwe bwamaho imyaka yose !
Abubaha Umukama bose nibavuge bati :
ubuntu bwiwe bwamaho imyaka yose !
Ukuboko kw’Umukama kwarakoze ibitangaza,
ukuboko kwiwe kwaratsinze.
Sinzopfa, nzohoraho,
kandi nzohayagiza ibikorwa vy’Umukama.
Umukama yarampanye bimwe bishemeye,
mugabo kizima atampereje urupfu.
Rya buye batora bagashibura,
ni ryo ryabaye iremezo.
Ivyo bitangaza twabonye
vyabonetse ku bw’Umukama.
Ng’uyu umusi Umukama yagize,
turanezerewe, turahimbawe.
IGISOMWA CA KABIRI
Ivyo dusoma mw’Ikete rya mbere ry’Umutumwa Yohani (5, 1-6)
Uwemera yavutse ukundi ku bw’Imana
Bakunzi banje,
Uwemera wese yuko Yezu ari Kristu ni we yavyawe n’Imana ; kandi uwukunda wese Imana yo muvyeyi aba akunda kandi uwavyawe na Yo. Ng’iki ikitumenyesha yuko dukunda abana b’Imana : nitwakunda Imana tugakora amabwirizwa yayo. Nka ko nyene, ng’uru urukundo rw’Imana : ni uko twozigama amabwirizwa yayo. Na yo amabwirizwa yayo ntaremereye, kuko icavyawe n’Imana cose gitsinda isi. Kandi iyo ntsinzi yatsinze isi ni ukwemera kwacu.
None uwutsinda isi ni nde, atari uwemera yuko Yezu ari Umwana w’Imana ? Uwo Yezu Kristu ni we yaje mu mazi no mu maraso. Si mu mazi yonyene, ariko ni mu mazi no mu maraso. Kandi Mutima ni we ashinga intahe kuko Mutima ari we Kuri.
INKURU NZIZA
Aleluya, aleluya.
Umukama yavuze ati : « Ewe Toma, wemeye kuko umbonye.
Hahiriwe abazokwemera ataco barinze kubona. »
Aleluya.
Ivyo dusoma mu Nkuru Nziza ya Yezu Kristu nk’uko yashikirijwe na Yohani (20, 19-31)
Imisi umunani iheze, Yezu araza
Ku mugoroba w’uyo musi ari wo mubarwa wa mbere mu ndwi, mu nzu yarimwo abigishwa, bari bakinze inzugi ku gutinya Abayuda. Niho rero Yezu yaza, ahagarara hagati muri bo, ababwira ati : «Nimugire amahoro ! » Avuze atyo, abereka ibiganza vyiwe n’urubavu rwiwe. Abigishwa babonye Umukama, barahimbarwa.
Yongera ababwira ati : « Nimugire amahoro ! Kumwe Data yantuma, nanje ni ko ndabatumye. » Ababwiye atyo, arabahuha ati : « Nimuronke Mutima Mweranda. Abo muzorekurira ibicumuro, bazoba babirekuriwe, abo muzobigumizako na bo, bizobagumako. »
Aho Yezu yaza, Toma, umwe wo muri ba bandi Icumi na babiri, ari we bita Didimo, ntiyari muri bo. Abandi bigishwa baguma bamubwira bati : « Twabonye Umukama », na we akabishura ati : « Ntiboneye mu biganza vyiwe intoboro za ya misumari, ngo nshire urutoke mu ntoboro za ya misumari n’ikiganza mu rubavu rwiwe, sinzokwigera nemera. »
Imisi umunani iheze, abigishwa basubira guteramira muri nya nzu, na Toma bari kumwe. Yezu aza inzugi zugaye, ahagarara hagati muri bo ati : « Nimugire amahoro ! » Hanyuma abwira Toma ati : « Shira urutoke rwawe ngaha. Ng’ibi ibiganza vyanje, zana ikiganza cawe ugishire mu rubavu rwanje, ureke rero kuba umuhakanyi, ariko uwemera. »
Toma amwishura ati : « Mukama wanje, Mana yanje ! » Yezu na We amusubiza ati : « Kubera ko wambonye wemeye. Hahiriwe abazokwemera batarinze kubona. »
Hari n’ibindi bimenyetso vyinshi bitanditswe muri iki gitabu Yezu yagiriye imbere y’abigishwa biwe. Ibi rero vyanditswe ngo mwemere ko Yezu ari Kristu Umwana w’Imana, kugira kandi ngo muvyemeye, muronke ubuzima kw’izina ryiwe.
La risurrezione di Cristo: perno di una storia della nostra salvezza. Alleluia.
La liturgia della Pasqua ci offre innanzitutto una certezza : Dio desidera la nostra salvezza e la nostra dignità al di là e al di sopra di ogni male. La sua creatività e la sua tenacia nell’amare l’uomo superano infinitamente la fragilità di quest’ultimo : l’ultima parola è sempre la sua ed è una parola d’amore e di nuova vita.
È stata accesa la luce che ha brillato nelle tenebre. È stata introdotta nel buio delle chiese e ha illuminato il luogo dove i credenti annunciano la loro fede : «Cristo Luce del mondo. Rendiamo grazie a Dio». Le tenebre, immagine del negativo della storia, del peccato, della morte, sono state scacciate dalla luce di Cristo. Perciò la comunità si dispone in atteggiamento di ringraziamento.
Il vero celebrare non è semplicemente mettere in atto dei riti privi di senso : è cogliere attraverso i riti il significato che questi hanno per la vita. Altrimenti la liturgia è teatro. L’azione liturgica, pero, nella sua dimensione primaria, non è rappresentazione scenica bensì una professione di fede. Per questo è così importante la liturgia : è importante darle tempo (anche se sopportiamo difficilmente una predica, volendo segretamente che finisca al più presto possibile) ; è importante darle senso ; è importante darle bellezza : perché la bellezza è l’altro nome di Dio ; perché la liturgia è nostro servizio a Dio che esprime e significa ogni altro impegno di servizio.
La risurrezione dà senso al nostro tempo presente.
L’esperienza ci dice che il tempo ha un inizio e una fine. La risurrezione essa ha anche un punto di mezzo, un centro. La risurrezione strappa il nostro tempo dal non senso del sorgere dal nulla per rientrare nel nulla. Cristo risorto dà appuntamento ai discepoli in Galilea (cf Me 16,7). La Galilea è il luogo della ferialità, del lavoro, della vita familiare, dello studio, della fatica, della gioia. Lì Cristo risorto ci incontra : non solo i discepoli, infatti, ma noi, oggi ! Dire che l’eternità tocca il tempo significa innanzi tutto dire che oggi nella nostra Galilea, nella nostra vita incontriamo il Risorto.
La risurrezione ci porta a vivere diversamente il nostro tempo. Sappiamo che non è un succedersi di attimi destinati al nulla e alla corruzione, ma che il nostro è un tempo orientato. Orientato alla gloria dell’incontro con il Risorto ; orientato all’irruzione del Regno di Dio ; orientato alla pienezza che rende significativo il banale oggi. Le conseguenze sono feconde. Come cristiani non possiamo sottrarci alla fedeltà al nostro oggi con il Signore della gloria e questo incontro va preparato con fervore, impegno desiderio. Esso può essere vissuto come fatica : ma non è vana se è tesa al compimento.
L’attesa del futuro dà senso a quello che facciamo oggi : lo rende ricco di significato e quindi degno di essere vissuto. Nulla della nostra vita è banale. La prospettiva del Regno ci rende anche più critici verso il nostro oggi e tutte le sue strutture di peccato idolatrico. Ogni sistema politico, religioso, economico che vuole tiranneggiare tende a presentarsi come eterno. Noi cristiani sappiamo che di eterno c’è solo Signore e nessuno può sostituirsi a lui. Tutto ciò ci deve rendere vigili e molto attenti a non rinunciare alla risurrezione : è la nostra gioia e il perno su cui tutto gravita. Non possiamo stare senza risurrezione. Neppure rinunciando alla Domenica, giorno del Signore. Il problema non è di costume o di economia, ma di fede.
La Pasqua è oggi, nel nostro oggi.
Per coloro che provano la sensazione di non aver vissuto al meglio delle loro possibilità il cammino quaresimale, la liturgia di è assai confortante.
Alla Pasqua si giunge infatti sempre impreparati, perché la grazia di Dio in questo giorno è sovrabbondante. Il significato autentico della risurrezione non risiede dunque nel fatto che il mondo sia pronto per la salvezza, ma nel fatto che la salvezza venga, nel silenzio e nel mistero di un sepolcro vuoto.
La vista del sepolcro vuoto non sembra bastare, da sola, a suscitare la fede nella risurrezione. Essa fa però sorgere una domanda : che fine ha fatto Gesù ? Anche nella nostra vita, chiedersi se la morte abbia davvero un senso significa compiere il primo passo del cammino che conduce all’incontro personale con Cristo. Non sempre l’ovvio è così ovvio. Cosa festeggiamo a Pasqua? La Pasqua (cristiana) è la celebrazione della risurrezione di Gesù Cristo . Questo è l’ovvio. Superarlo significa trarre dall’ovvio alcune considerazioni ed esserne convinti nella fede.
Oggi è Pasqua!
La fede nella risurrezione di Cristo è il punto sul quale sta o cade la fede cristiana. La risurrezione è l’imposizione di un totalmente nuovo attraverso la morte e oltre essa. La risurrezione di Cristo è la vittoria sulla morte e sul peccato. In essa, dunque, risiede l’efficacia della nostra salvezza e redenzione. Nella risurrezione di Cristo si dischiude per noi la possibilità di una vita nuova.
Oggi, la risurrezione la rivelazione del Padre (nei gesti e nelle parole di Gesù), l’identità del Figlio e la sua missione ricevono accredito e conferma. Per noi la risurrezione di Gesù è promessa. Recita l’orazione di colletta : «o Padre, che in questo giorno, per mezzo del tuo unico Figlio, hai vinto la morte e ci hai aperto il passaggio alla vita eterna…». Nella risurrezione di Cristo sta la promessa della nostra salvezza ali ; fine dei tempi. E nel presente ?
La Pasqua è oggi!
Nella lettera ai Corinzi, Paolo invita a celebrare la «festa non con lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità» ( 1 Cor 5,8). Cosa significa ? Il Tempo di Quaresima è un periodo nel quale si celebra il sacramento della riconciliazione. Visto dalla parte del ministro è un’esperienza straordinariamente ricca e intensa. È la possibilità di condivisione di umanità, nel suo peso e nel suo splendore. È un’esperienza arricchente di profondità nel colloquio personale. È un luogo di contemplazione : il ministro è sempre terzo, spettatore di un rapporto tra altri due, e perciò è prospettiva privilegiata per contemplare come e quanto Dio agisce nel cuore degli uomini.
Del contenuto del sacramento, la confessione dei peccati, si può fare un’analisi morale, ma se ne può anche trarre materiale per dare nome ai modi di presentarsi dell’umanità sofferente : lo spaesamento (il non riconoscere più il mondo nel quale si vive, perché cambiato ed è diventato inintelligibile) ; la paura (nelle sue due manifestazioni del sospetto e dell’aggressività) ; la frustrazione ; la violenza, anche se nella forma più contenuta della rabbia, ma che in ogni caso rompe i vincoli di solidarietà ; la solitudine.
Di fronte a queste manifestazioni della dolenzia, l’annuncio di Pasqua dice che la morte si tramuta in vita, le tenebre in luce, la disperazione in speranza.
Possiamo interrogare i testi della liturgia tenendo fisse tre ipotesi : il sorgere e il crescere della fede degli apostoli è un «protocollo metodologico» per la nostra ; la risurrezione di Cristo è efficace già oggi ; la riflessione sulla Pasqua deve essere rispettosa della fede ma anche dell’umanità : deve essere in continuità, non in sostituzione, né in alternativa, né in contraddizione.
Che fare allora? Essere azzimi
Muovendoci da queste tre ipotesi di percorso, le letture ci invitano, per affermare il rinnovamento pasquale possibile, innanzi tutto ad avere il coraggio, l’ardire, di «dare un nome» al dolore umano. Tornando dal sepolcro, Maria dice ai discepoli : «hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto !» (Gv 20,2). Di fronte alla pietra ribaltata, Maria dà del fatto una lettura univoca, immediata ma insufficiente. Tuttavia, con questa frase Maria esprime il suo lutto, lo condivide e lo rende comprensibile. Oggi non possiamo sfuggire alla constatazione che il nostro linguaggio (e non solo quello della fede) è sempre più povero. Siamo imprecisi, utilizziamo pochi e consolidati slogan, ci avvaliamo di poche categorie per nominare i fatti della nostra vita. Abbiamo bisogno di riformulare un linguaggio per dire la nostra esistenza, per arricchirlo e renderlo più capace di orientarci nelle nostre vicende interiori ed esteriori.
In secondo luogo dalle letture siamo invitati allo sforzo di «interpretare il nostro dolore». È interessante ripercorrere il testo del vangelo per osservare con quanta frequenza ricorrano i verbi relativi alla vista. Fatta questa rassegna è possibile osservare la differenza fra vedere constativo e osservativo di Pietro e Maria, e il vedere interpretativo c’è il rischio di perdere il senso e il significato delle vicende umane e quello di non saper più collocare il dolore nell’orizzonte della speranza, nella possibilità di futuro, cadendo così nella disperazione. In terzo luogo, per affermare il rinnovamento pasquale possibile nell’oggi, è indispensabile «rispondere metodicamente» all’invito a essere azzimi.
La speranza si faccia allora percorsi di speranza. Perciò si deve andare a configurare una spiritualità pasquale : perciò si deve andare a configurare una spiritualità pasquale : benché gli obiettivi non si tramutino in causa di frustrazione, essi devono essere pochi, concreti, essenziali, progressivi e verificabili.






